mercoledì 16 dicembre 2015

La Banca d'Italia non e' pubblica: Per chi non l'avesse ancora capito



La parola d'ordine dei politici e' confondere le idee agli italiani. La banca d'Italia non e' piu' pubblica dagli anni 80'. In conseguenza a delle grosse speculazioni dell'alta finanza mondiale e con la collaborazione dei politici italiani.

Vi ricordate che alla Banca d'italia venne attribuito anche il nome di "bankitalia" ? ... E il gioco fu fatto ...

La banca d'Italia e' una Spa Privata . Lo scriveva anche "famiglia cristiana" nell'articolo n.1 del 04gennaio 2004 a pag 22 l'elenco dei soci di Bankitalia. L'articolo e' passato inosservato, nascosto dai media e da tutta la classe politica


GLI ITALIANI SONO STATI INGANNATI !




NEL 1981 COMINCIARONO I GUAI PER GLI ITALIANI




Con l'uragano di "Tangentopoli" gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l'Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende furono svendute, persino la Banca d'Italia fu messa messa in vendita.  

La svendita venne chiamata "privatizzazione"

Quindi "tangentopoli" fu soprattutto una tattica di "distrazione di massa" organizzata ad arte ...

L’inizio della vendita dell’Italia e’ avvenuta nel mese di luglio del 1981 quando e’ stato organizzato appositamente il divorzio tra la Banca d’Italia e il ministero del tesoro. da qui che cominciano i veri guai, perche' la Banca d’Italia’ perse tutta la sua autonomia, ciò comportò un grandissimo aumento degli interessi passivi a carico dello Stato ed esplosione del debito pubblico, non avendo piu’ la banca il controllo sul mercato e dei prezzi per sottoporre le aste. 

La Banca d’Italia lasciava in pratica alle banche private il compito di decidere volta per volta a quale tasso di interesse dovevano essere collocati i titoli di stato e nelle enormi rendite di posizione. Quindi Bankitalia perse la sovranita’
andando a finire nella "bocca del lupo" delle banche private .

ll Governo ha stabilito di trasformare la banca che una volta era degli italiani in una “public company”, dove di pubblico non ci sarà ovviamente nulla: ogni operatore del mercato finanziario globale potrà acquistare le quote di Bankitalia fino a detenere un massimo del 5% delle azioni. Questo significa, ad esempio, che le varie banche d’affari americane Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley e City Groups potranno spartirsi insieme ad altri operatori (magari Cinesi, Tedeschi ecc…) la Banca Centrale Italiana.


Tutto questo grazie all’operazione fatta da Beniamino Andreatta che era il ministro del tesoro e , all’epoca governatore della banca d’Italia, il quale diceva che ci doveva essere massima indipendenza tra il sistema politico e quello della banca, ponendosi quindi decisamente a favore del divorzio tra Stato e Banca centrale italiana .
Dopo qualche anno a Carlo Azeglio Ciampi gli fu data anche la promozione a capo dello stato … onore al merito ...




IL DEBITO PUBBLICO È STATO CREATO CON UN ABUSO INCOSTITUZIONALE E LE TASSE CHE PAGHI A CAUSA DI ESSO QUINDI INCOSTITUZIONALI.


 Banca d'Italia e' un S.p.A. , quindi è illegalmente di proprietà privata.

 I suoi azionisti (detti "partecipanti") sono le altre banche private eassicurazioni private.  Il debito pubblico dello Stato, quindi dei cittadini,nasce a loro beneficio.
 Gli istituti di emissione monetaria, come la Banca d'Italia e la Banca Centrale Europea, realizzano enormi profitti, vendendo il denaro, che producono a costo zero, in cambio di titoli di stato - profitti pari, grosso modo, al debito pubblico - ma questi profitti non appaiono nei loro bilanci, quindi non vengono rimessi agli Stati né pagano tasse, perché, nel bilancio, li si "copre" appostando come debito la massa monetaria, la quale però assolutamente non costituisce debito per quelle banche né per altri.
La Banca d'Italia dovrebbe, per statuto, vigilare sulla correttezza delle altre banche; ma essa stessa è di proprietà di banche private, le quali nominano il suo governatore e i suoi direttori; quindi questi dovrebbero sorvegliare chi li nomina - cosa del tutto improbabile.
  Le tasse vanno in gran parte a pagare il debito pubblico e gli interessi su di esso; quindi finiscono in tasca ai proprietari privati della Banca d'Italia e della Banca Centrale Europea, e non per spese di interesse collettivo.
 Per arricchirli, il debito pubblico viene continuamente fatto crescere- e ciò non solo in Italia e non solo di recente.
• L'organizzazione a monte di questo sistema di potere bancario è internazionale: in quasi tutti gli altri Paesi,  infatti, la situazione è simile a quella italiana.
• Tale sistema, di cui i mass media si guardano bene di parlare (come pure i sindacalisti, i parlamentari, i ministri, i presidenti) ha prodotto nel tempo, e ancor oggi sempre più produce, un enorme e sistematico trasferimento di beni e di ricchezze dalle tasche dei cittadini a quelle dei banchieri, ma anche un trasferimento del potere politico dalle istituzioni democratiche alle mani dei banchieri sovranazionali.
 Il vero potere politico ed economico, a livello mondiale e nazionale, sta in questi meccanismi, ignoti a tutti o quasi; essendo sconosciuti, essi sono ancor più efficaci.
 Il Trattato di Maastricht, l'Euro, la Banca Centrale Europea, sono strumenti di completamento di questo trasferimento.
• La corrente mancanza di denaro, la crisi economica, i fallimenti e le privatizzazioni sono pilotati da finanzieri internazionali attraverso governi a sovranità limitata, e vanno a loro vantaggio.
• La soluzione efficace è ben nota ed è stata ripetutamente proposta: restituire al popolo, quindi allo Stato, la funzione sovrana dell'emissione del denaro, in modo che non si debba più indebitare.
 Il risultato sarebbe: tasse quasi eliminate, denaro a costo zero per lo stato e la Pubblica Amministrazione, economia fiorente; potere politico democratico anziché in mano alle banche.
 Ovviamente, gli unici danneggiati da questa riforma sarebbero i banchieri.






IMPORTANTE:
Pochi sanno che la magistratura ha condannato la Banca d'Italia a risarcire i cittadini che hanno fatto ricorso in Tribunale, contro il Signoraggio, un privilegio autoproclamato; la Banca d'Italia ha dovuto pagare.....
Questa notizia, che resta segreta, non la fanno conoscere alla popolazione....




Qualcuno si ricordera' di questo scandaloso decreto forzato passato in parlamento nel gennaio 2014 ?


Decreto Bankitalia, la prova provata che 

contano più le banche che gli italiani




Regalo della Banca d'Italia ai banchieri


LA PIÙ GRANDE PORCATA DELLA PARTITOCRAZIA ITALIANA ED EUROPEA, VOGLIONO REGALARE IL PATRIMONIO DI CENTINAIA DI MILIARDI DELLA BANCA D’ITALIA AI BANCHIERI PRIVATI ITALIANI E STRANIERI .


Il prof. Auriti denuncia Bankitalia S.p.a






PROBLEMA

Tutti i politici eletti alla guida della Nazione hanno sempre indebitato lo Stato chiedendo denaro in prestito ad una ristretta cerchia di banchieri privati;

Questi banchieri internazionali creano il denaro dal nulla e senza nessuna contropartita,semplicemente stampandolo;

Gran parte delle tasse versate dal cittadino servono a pagare gli interessi su quel debito inestinguibile, eterno, costituito da carta straccia.


DOMANDA:

Perché lo Stato non si stampa da solo i soldi?
Perché conia le monete metalliche ma non stampa le banconote?
Perché emette Obbligazioni invece che stampare moneta esente da interesse?
Perché, dal 10 AGO 1893, l'elenco dei soci di Bankitalia S.p.A. è stato reso disponibile solo il 20 SET 2005 ?
Perché il Senato della Repubblica nei suoi verbali riporta «omissis» quando arriva ad elencare tali partecipanti?

La Banca ha il monopolio della creazione ed emissione della moneta. Essa crea 100, presta 100 e pretende una restituzione di 100 + 5 di interesse: 
Lo Stato dove prende quel +5 [che non esiste]?
(sandro pascucci)


IL MONDO HA UN PROBLEMA

La Società ha in realtà, un unico grosso problema, e se lo è creato con le proprie mani!

E’ un problema puramente economico, riguarda infatti l’emissione del Denaro.

Tale emissione è decisa, controllata e gestita da Entità Private e non da Governi democraticamente eletti. Dopo centinaia di anni di contraffazioni e illegalità e machiavellismi, queste Entità Private sono ora giunte a controllare intere Nazioni, non più sovrane ma schiave di un meccanismo economico/finanziario conosciuto come «signoraggio» (con l’aggiunta della forse ancor più grave «riserva frazionaria»).

Molto spesso, troppo spesso, gli uomini politici di ogni Nazione chiamati a tutelare e difendere il Popolo che li ha democraticamente eletti, sono corrotti e collaborano con questi malvagi «creatori di moneta». Le leggi stesse in materia vengono create a vantaggio dei Banchieri Internazionali. Altre leggi che potrebbero aiutare il Popolo a riscattarsi da questa schiavitù, sono cambiate, alterate o semplicemente ignorate.

IL SISTEMA BANCARIO ATTUALE È BASATO SU UNA TRUFFA IGNOBILE E DISUMANA.

QUESTA TRUFFA È IL «SIGNORAGGIO» E LA «RISERVA FRAZIONARIA» DELLE BANCHE CENTRALI.

I sistemi di informazione sono alterati e/o controllati dal Potere Economico dei Banchieri Internazionali Privati e nessun giornale o televisione o radio parlerà mai del «signoraggio» e/o della «riserva frazionaria». Ci sono stati Presidenti di Stato e uomini di grandezza mondiale che sono caduti sotto i colpi della mano spietata e potente delle Entità Sovranazionali.

Lincoln e Kennedy, ad esempio. Morti per aver creato denaro, a nome e in nome del Popolo, e non in servitù di Banche Centrale «agghindate di denominazioni nazionali». Diffondere informazioni su questo argomento-tabù e contribuire a smascherare questi strangolatori delle libertà individuali e collettive è un dovere di TUTTI noi, di OGNUNO di noi. Cerca in Internet parole chiavi come «signoraggio», «riserva frazionaria», «debito pubblico».

Leggi informazioni alternative e contestatrici al Sistema. Supporta la causa diffondendo questo volantino e facendo TAM-TAM delle vere-informazioni che arrivi a cogliere tramite la Rete, informazioni depurate dall’ideologia politica, asservita al Potere dei Banchieri Internazionali.




Mondo Sporco 

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Le Banche devono risarcire agli 

italiani 164 milioni di euro







VEDI ANCORA:


Articolo a cura di  dal suo blog

Secondo quanto riportato nello Statuto (articolo 1), Banca d’Italia è un “ente di diritto pubblico, che opera in “piena autonomia e indipendenza”, in quanto, al pari di tutte le altre banche centrali del sistema europeo (SEBC, 1998), “non può sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici o privati”. Quindi pur gestendo una materia di diritto pubblico, la moneta a corso legale che tutti noi siamo obbligati ad utilizzare, la Banca d’Italia ne fa un uso privatistico ed esclusivo, perché non è obbligata o sottoposta a rendere conto del suo operato a nessuno, men che meno al Governo democratico della nazione: il suo obiettivo, in linea con quello della BCE, è il mantenimento della stabilità dei prezzi e della bassa inflazione (soglia del 2%). Tutto il resto poco interessa alla Banca d’Italia, fermo restando il ruolo di controllo e vigilanza del sistema bancario nazionale. L’unico collegamento che rimane ancora aperto con il governo italiano riguarda la nomina del Governatore, che viene disposta con decreto dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio, in seguito ad un esplicito suggerimento del Consiglio Superiore della stessa banca. Quindi, in forza dell’autonomia e indipendenza, conseguenza diretta dell’adesione ai Trattati Europei, nonostante lo Statuto le attribuisca il monopolio di uno strumento di diritto pubblico (la moneta), la Banca d’Italia è un istituto fondamentalmente privato, che a parte la tutela dei risparmi (e delle rendite) tramite il controllo dell’inflazione, ha altri scopi rispetto alle sorti e al benessere generale del paese, non avendo più fra l’altro alcuno spazio di manovra per agire attivamente e direttamente nella vita politica ed economica della nazione.


E non abbiamo parlato ancora della questione della proprietà della Banca d’Italia, perché già questo elemento di autonomia ed indipendenza unito al divieto europeo di finanziamento diretto dei governi, ne fa un istituto appunto privato, slegato e distante dal resto delle altre istituzioni pubbliche (Governo, Parlamento, Magistratura, Pubblica Amministrazione etc). Tuttavia è chiaro che la posizione attuale della Banca d’Italia deriva da un lungo processo di trasformazione che ne ha stravolto nel tempo le funzioni e le finalità. E per capire meglio come siamo arrivati a questa evidente degenerazione istituzionaledobbiamo quindi vedere brevemente quali sono stati i passaggi principali della metamorfosi storica e culturale. La Banca d'Italia viene istituita con la legge n. 449 del 10 agosto 1893, dalla fusione di quattro banche: la Banca Nazionale del Regno d'Italia (già Banca Nazionale degli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d'Italia e dalla liquidazione dellaBanca Romana e inizialmente il suo ruolo prevedeva l’emissione della moneta e il servizio di tesoreria per conto dello Stato. Nel 1926 la Banca d'Italia ottiene la concessione esclusiva sull'emissione della moneta, estromettendo il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia.


La legge bancaria del 1936, oltre a regolare il sistema bancario nel suo complesso, assegna a Banca d’Italia il compito di vigilare sulle banche italiane e le affida definitivamente la funzione di emissione della moneta, eliminando la precedente concessione temporanea. Una prima parte della legge (tuttora in vigore) definisce la Banca d'Italia “istituto di diritto pubblico”: gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica. Alla Banca Centrale fu proibito lo sconto diretto agli operatori non bancari, sottolineando così il suo ruolo di Banca delle banche (nonché prestatore di ultima istanza). Una seconda parte della legge (abrogata quasi interamente nel 1993, con l’approvazione del Testo Unico Bancario, TUB) fu dedicata alla vigilanza creditizia e finanziaria: essa ridisegnò l'intero assetto del sistema creditizio nel segno della netta divisione fra banca e industria e della separazione fra credito a breve e a lungo termine, confermando la funzione di interesse pubblico dell’attività bancaria. Le Banche di Credito Ordinario possono operare solo su scadenze fino a 18 mesi, mentre gli Istituti di Credito Speciale operano su scadenze superiori ai 18 mesi, instaurando di fatto quellaseparazione fra banche commerciali e d'investimento oggi tanto invocata. L'azione di vigilanza della Banca d’Italia fu concentrata  nell’Ispettorato per la difesa del risparmio e l'esercizio del credito (organo statale di nuova creazione, oggi confluito nel CICRComitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio), presieduto dal Governatore e operante anche con mezzi e personale della Banca d'Italia, ma diretto da un Comitato di ministri presieduto dal capo del Governo: il legame fra attività della Banca Centrale e Governo era quindi più che mai saldo e indissolubile.  


Questa struttura di massima rimase operativa fino agli anni 80, quando fu ridisegnato l’intero sistema in un’ottica di maggiore commistione fra settore bancario e industriale (venne eliminato il divieto di finanziare direttamente il sistema produttivo mediante l’acquisizione di partecipazioni), privatizzazione degli istituti di diritto pubblico a forte partecipazione statale (San Paolo, Monte Paschi di Siena, BNL, Banco di Napoli, Banco di Sicilia) e delle banche di interesse nazionale controllate dall’IRI e quindi indirettamente dallo Stato (COMIT, CREDIT, Banco di Roma, Casse di Risparmio, Banche Popolari, Casse di Credito Cooperativo), maggiore apertura ai mercati finanziari internazionali e deregolamentazione(furono rimosse alcune norme che limitavano gli investimenti esteri diretti e di portafoglio), fusione in grandi gruppi bancari senza specializzazione specifica fra l’attività di credito e investimento.  E in seguito a queste riforme di stampo chiaramente neoliberista attuate in quegli stessi anni un po’ dappertutto, il sistema bancario non solo italiano iniziò a traballare, fino al sisma internazionale che ci troviamo ad affrontare oggi. Prima degli anni 80 infatti, il periodo del dopoguerra era stato caratterizzato daun’elevata stabilità finanziaria internazionale, dovuta appunto alla forte regolamentazione esistente nel settore bancario e ai vincoli rigidi di cambio imposti dagli Accordi di Bretton Woods del 1944, che in un certo senso limitavano l’azione della Banca Centrale e la sua attività di supporto diretto sia alle banche private che ai governi nazionali. Lo scenario mutò radicalmente a partire dal 1971, quando la fine degli Accordi di Bretton Woods impose ai singoli Stati di rivedere il ruolo, i compiti, le finalità e gli ambiti di competenza delle rispettive Banche Centrali, che con diverse sfumature e gradazioni raggiunsero tutte unaposizione di maggiore autonomia e indipendenza rispetto ai governi nelle scelte di politica monetaria.


Se come ci ricorda lo stesso ex presidente e governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, a partire dal 1976 il sostegno diretto della Banca d’Italia al governo tramite lafunzione di acquirente residuale dei titoli di stato era diventato una prassi consolidata e giustificata più da ragioni storiche e congiunturali che da reali vincoli di legge, la situazione era destinata rapidamente a cambiare dopo l’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1979, che limitava di nuovo il raggio d’azione della Banca d’Italia in virtù del vincolo di cambio imposto a livello continentale. La prima conseguenza dello SME fu il famigerato “divorzio fra Banca d’Italia e Ministero di Tesoro” del 1981, tramite il quale con un semplice scambio epistolare privato il ministro Beniamino Andreatta (foto sopra) e il governatore Ciampi decretavano la fine dell’intervento della Banca Centrale nelle aste pubbliche di collocamento dei titoli di stato come acquirente residuale. E sappiamo purtroppo cosa ciò comportò in termini di aumento degli interessi passivi a carico dello Stato ed esplosione del debito pubblico: non potendo più calmierare le aste, la Banca d’Italia lasciava in pratica alle banche private il compito di decidere volta per volta a quale tasso di interesse dovevano essere collocati i titoli di stato e di avvantaggiarsi delle enormi rendite di posizione. Nel 1991 Andreatta pubblicò un articolo sul Sole24ore per ricordare le ragioni tecniche e strategiche di quella scelta e fare un bilancio degli effetti economici e politici del divorzio. In questa sede riprendo solo due passaggi dell’articolo, lasciando ai lettori il compito di valutare tutto il resto della “excusatio non petita, accusatio manifesta” del defunto ex ministro (quando si dice che la morte ci rende uguali ed è l’unico elemento a concedere davvero giustizia sulla terra: abbiate fiducia, prima o dopo anche “loro” se ne vanno!).

I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d' Italia circa le modalita' dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al "divorzio". Il termine intendeva sottolineare una discontinuita', un mutamento appunto di regime della politica economica; un'analoga operazione che negli Stati Uniti pose termine nel 1951 alla politica di denaro facile, che aveva permesso il finanziamento della Seconda guerra mondiale, e veniva ricordata come l'agreement tra Tesoro e Fed”. Analisi completamente sbagliata perché l’accostamento agli Stati Uniti è del tutto fuori luogo: se è vero che l’Accordo americano del 1951 diede maggiore libertà alla Federal Reserve di condurre una politica monetaria autonoma e indipendente, ciò non decretò affatto il mancato sostegno e coordinamento diretto fra Banca Centrale e Governo, anzi. In pratica la Fed era più libera di fissare il tasso di interesse attraverso principalmente i suoi interventi di mercato aperto, lasciando però sempre attivo il servizio di tesoreria con possibilità di scoperto per conto del Governo e di acquisto dei titoli di stato o sul mercato secondario o tramite il canale diretto con il Governo: la Fed non partecipa alle aste primarie di collocamento riservate alle banche private perché non ne ha tecnicamente bisogno e può sempre, in qualsiasi momento, monetizzare il deficit pubblico con il successivo scambio di titoli di stato, il cui tasso di interesse viene quindi fissato congiuntamente a monte dal Governo e dalla Banca Centrale stessa. Una situazione dunque diametralmente opposta al totale scollegamento fra le due istituzioni a cui, grazie a Ciampi ed Andreatta, è stata ridotta l’Italia dopo il divorzio del 1981. Separazione consensuale che è bene ribadirlo è stata causata e venne poi drammaticamente acuita dalle successive disposizioni, rese necessarie dall’adesione allo SME nel 1979, ai Trattati di Maastricht del 1992 e infine all’eurozona nel 1999.
Con la legge n.82 del 7 febbraio 1992 si stabiliva infatti che “le variazioni del tasso di sconto sono disposte dal Governatore della Banca d’Italia con proprio provvedimento” e non più dal Ministro del Tesoro, su proposta del Governatore della Banca d’Italia. Questa legge, voluta fortemente dal Ministro del Tesoro Guido Carli (guarda caso, anche lui, come Ciampi, Dini, Draghi, Padoa Schioppa, Saccomanni, esponente di spicco della Banca d’Italia, essendone stato governatore dal 1960 al 1975), stabilisce in via definitiva che a decidere in piena autonomia sul tasso di sconto del denaro sia esclusivamente il Governatore della Banca d’Italia, estromettendo di fatto lo Stato dal processo decisionale e vietando per legge un eventuale coordinamento fra i due enti. Un anno dopo, in esecuzione degli accordi europei di Maastricht che impediscono alle Banche Centrali il finanziamento diretto degli Stati (articolo 123 del TFUE,Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), il Parlamento approva la legge 483/93 che disciplina il servizio di tesoreria e proibisce alla Banca d'Italia di concedere anticipazioni al Tesoro.
Il Governo mantiene ancora oggi presso l'istituto di emissione un apposito conto corrente per il servizio di Tesoreria, la cui dotazione iniziale ammontava a 30.000 miliardi di lire. Su tale conto sono accreditate tutte le entrate incassate dalla Banca d'Italia per lo svolgimento del servizio di tesoreria e da esso sono detratte le spese a carico dall'Istituto. Qualora il saldo mensile del conto risulti negativo, il Tesoro ha l'obbligo di ricostituire entro 3 mesi il fondo. Se il saldo mensile risulta inferiore del 50% dell'ammontare del deposito, il Tesoro è tenuto, in aggiunta, a presentare una relazione giustificativa al Parlamento. Oltre a ciò, in base all'art. 6 della stessa legge, se il conto presenta saldi a debito del Tesoro, la Banca d'Italia non effettua più pagamenti per il servizio di tesoreria e applica alle sofferenze del Tesoro il tasso ufficiale di sconto. Ricordiamo invece che fino a novembre del 1993 il conto di tesoreria del governo prevedeva la possibilità di scoperti ed era uno dei tradizionali canali di creazione di nuova base monetaria: Banca d’Italia, infatti, era obbligata ad anticipare al Tesoro, tramite appunto gli scoperti sul predetto conto, fino al 14% delle spese correnti e in conto capitale previste in bilancio. Dopo il 1993 la Banca Centrale diventa quindi a tutti gli effetti un ente passivo e non attivo nei confronti dello Stato per quanto riguarda la gestione della politica economica e monetaria: non può fare nulla per venire incontro alle esigenze del Governo e quest’ultimo non ha alcuna possibilità di influenzare le scelte della banca.  
Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all'adesione allo Sme (di cui era un'inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione. Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l'escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu' difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”. Grazie Andreatta, ci ricorderemo di te e porteremo fiori sulla tua tomba per avere fatto decollare il nostro debito pubblico a vantaggio esclusivo dei mercati finanziari e delle banche private, il cui giudizio adesso si è sostituito a quello dei normali processi democratici elettivi previsti dalla nostra Costituzione. Il fatto poi di sapere perfettamente quali conseguenze disastrose avrebbe causato il divorzio non attenua di certo la colpa del misfatto, perché se veramente si voleva moralizzare i comportamenti dei politici italiani (tutti ancora da dimostrare dato che il debito pubblico nel 1981 ammontava ad un risibile 55% del PIL) si poteva procedere per altra via senza distruggere la stabilità dei conti pubblici e a catenadestrutturare il delicato equilibrio dell’intera economia italiana, compresi i risparmi delle famiglie e gli investimenti produttivi delle imprese. Costringere qualcuno a fare determinate scelte puntando una pistola in testa non è certo il miglior modo per convincerlo della giustezza di quelle scelte: se poi queste ultime vengono fatte per avvantaggiare palesemente una certa categoria di renditieri a danno dei lavoratori e delle piccole e medie aziende, l’opera di convincimento diventa ancora più ardua e insensata.       

Ovviamente il pretesto della riduzione dell’inflazione tirato in ballo dall’ex ministro era ancora una volta sbagliato: non essendoci alcun collegamento fra quantità di moneta circolante ed inflazione (almeno nelle condizioni di elevata disoccupazione e basso sfruttamento della capacità produttiva in cui si trovava all’epoca l’economia italiana), era chiaro che quest’ultima fosse scesa per ben altri motivi. In primo luogo lanormalizzazione del prezzo del petrolio in seguito alla fine dello shock petrolifero iniziato negli anni 70. In secondo luogo le politiche deflazionistiche di abbattimento dei salari dei lavoratori che con il governo Craxi del 1984 prima e quello Amato del 1992 poi portarono alla definitiva abrogazione della Scala Mobile. In terzo luogo il taglio della spesa pubblica, sia nella parte corrente che in conto capitale, che si rendeva necessario per far posto alla maggiore spesa per interessi e continuare a rimanere entro la soglia del 3% di deficit pubblico imposto dagli accordi europei. Infine, la maggiore difficoltà per le aziende a reperire nuovi fondi per gli investimenti a causa del crescente onere per interessi da corrispondere a finanziatori e banche. Un calo così drastico e repentino dei fattori che influenzano la domanda aggregata, unito ad una riduzione dei costi di produzione legati alle materie prime e al petrolio, non poteva che condurre ad un prolungato periodo di stagnazione e recessione economica, con conseguente discesa dei prezzi e dell’inflazione. Non ci voleva mica un genio per capire che se chiudo contemporaneamente tutti i rubinetti che alimentano l’economia di un paese, quest’ultima affronterà un lungo ed inevitabile calvario di contrazione deflattiva. Con buona pace invece di chi crede ancora che una maggiore offerta di moneta da parte della Banca Centrale crei automaticamente maggiore inflazione, senza mai chiedersi come e quando questa nuova moneta transita dai nebulosi circuiti bancari e finanziari a quelli reali, nei nostri portafogli insomma. Come dice bene qualcuno, oggi come oggi servirebbe davvero un elicottero che lancia le banconote direttamente dal cielo!        

Ma veniamo adesso all’intricata faccenda della proprietà di Banca d’Italia. La legge bancaria del 1936, confermata nel vecchio articolo 3 dello Statuto della Banca Centrale parlava abbastanza chiaro: “Il capitale della Banca d’Italia è di 156.000 euro rappresentato da quote di partecipazione di 0,52 euro ciascuna (4). Le dette quote sono nominative e non possono essere possedute se non da:

    a)   Casse di risparmio;
b) Istituti di credito di diritto pubblico e Banche di interesse nazionale;

c) Società per azioni esercenti attività bancaria risultanti dalle operazionidi cui all’ art. 1 del decreto legislativo 20.11.1990, n. 356;

d) Istituti di previdenza;

e) Istituti di assicurazione.

Le quote di partecipazione possono essere cedute, previo consenso del Consiglio superiore, solamente da uno ad altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente.

In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici.

Banca d’Italia era e doveva rimanere una Banca Centrale pubblica. Tuttavia il processo di rapida privatizzazione del settore bancario italiano, sancito dalla legge Carli-Amato, la n. 35 del 29 gennaio 1992 e culminato nell’approvazione del Testo Unico Bancario (TUB) del 1993 promosso dal governatore Ciampi, crea una contraddizione evidente fra ciò che era riportato nello Statuto della Banca d’Italia e la realtà dei fatti, anche se esisteva ancora in quegli anni il più stretto mistero e riserbo istituzionale sui nomi dei reali proprietari dell’istituto: se nessuno ce lo chiede, si pensava, noi non siamo obbligati a rispondere. A fare la domanda fatidica ci pensa però un articolo di “Famiglia Cristiana“, che il 4 gennaio del 2004, prendendo spunto da una ricerca scientifica del Centro Ricerche e Studi di Mediobanca, spiega agli italiani la clamorosa scoperta: “Stranamente la Banca d’Italia è una società per azioni che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie d’assicurazione. E sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato. Per fortuna ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia”. Come si può vedere dalla tabella sotto che da tempo non subisce sostanziali variazioni (chi è questo pazzo intenzionato ad uscire dalla proprietà di Banca d’Italia in cambio di poche miglia di euro!), il capitale è per il 94,33% in mano a banche e assicurazioni private. Solo il 5,67% è proprietà di enti pubblici, quali l’INPS e l’INAIL. Assetto proprietario confermato dalla stessa Banca d’Italia, che messa alle strette il 20 settembre 2005 ha reso pubblico l’elenco dei “partecipanti al capitale”. 


Da questo momento in poi inizia una turbolenta fase di imbarazzo istituzionale, con i governi che in varie forme e tentativi hanno cercato di porre rimedio al pasticcio giuridico: come il sillogismo aristotelico insegna se la Banca d’Italia è di proprietà delle banche, le banche sono oggi private, segue che la Banca d’Italia è un istituto privato al contrario di ciò che viene riportato nel suo stesso Statuto. E così, per fare pace con il cervello, durante il governo Berlusconi viene promulgata la legge n. 262 del 28 dicembre 2005, che ridefinisce “l’assetto proprietario della Banca d’Italia“, e disciplina “le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della [...] legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici“. Ad onor del vero il primo governo a sollevare la questione era stato quello D’Alema con la proposta di legge n. 4083 del 13 giugno 1999, presentata in Parlamento ma mai approvata (immaginate perché?), la quale tentava di fissare le “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” e favorire il passaggio del capitale azionario privato allo Stato (come è logico che sia): “Il presente disegno di legge attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell’intero capitale della Banca d’Italia, prevedendo altresì la incedibilità delle quote di partecipazione [...]. Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull’attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull’operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi”.

Tre anni in Italia passano veloci che è un piacere e banchieri e politici (categorie ormai intercambiabili e indistinguibili) cominciano ad entrare in fibrillazione: bisognava impedire con tutti i mezzi il passaggio allo Stato di Banca d’Italia, per mantenere inalterato quel regime di commistione e opacità che esiste a tutti i livelli nel sistema bancario nazionale. A tagliare la testa al toro ci pensa allora nel 2006 il governo Prodi, con Padoa Schioppa ministro dell’economia, l’avvallo del presidente Napolitano, e la supervisione per nulla disinteressata del governatore Draghi (un quartetto da paura! Tutto il peggio della nomenklatura italiana dal dopoguerra ad oggi!), che con il pretesto di riscrivere lo Statuto della Banca d’Italia per adeguarlo ai principi e alle regole contenuti nella nuova legge sulla tutela del risparmio e sulla disciplina dei mercati finanziari (legge n. 262 del 2005), va proprio a ribaltare di fatto la sostanza e il significato dell’articolo 3, per giustificare la presenza degli azionisti privati e sancire l’uscita definitiva dello Stato dall’istituto di emissione. Il nuovo articolo 3 dello Statuto di Banca d’Italia che esce fuori in seguito all’approvazione della legge n. 291 del 12 dicembre 2006, così recita:
Il capitale della Banca d’Italia è di 156.000 euro ed è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge.

Il trasferimento delle quote avviene, su proposta del Direttorio, solo previo consenso del Consiglio superiore, nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto e della equilibrata distribuzione delle quote”.

Questione chiusa: la Banca d’Italia non solo è privatistica nelle funzioni, ma anche privata nella personalità giuridica. Punto e a capo. Come sempre accade in Italia, invece di mettere a posto le cose si cambiano e si stravolgono le leggi per lasciare le cose come stanno. A questo punto però è necessario fare alcune precisazioni per evitare confusione e fraintendimenti vari: il fatto che i proprietari di Banca d’Italia siano privati, non significa che i proventi da signoraggio e da altre attività ricavati dall’istituto vengano distribuiti alle banche, anche perché si tratta di cifre irrisorie, rispetto al potere formale e sostanziale enorme che ha (o avrebbe) una Banca Centrale al servizio dello Stato di indirizzare la politica economica e monetaria di un intero paese. Come ci ricorda la Cassazione, con la sentenza 16751 a sezioni riunite del 21 luglio 2006:

la Banca d’Italia non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l’espressa indicazione dell’articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n.375. La banca, pertanto, segue regole di funzionamento differenti da quelle di una normale società per azioni, come si evince anche dallo statuto, che assegna ai soci un numero di voti non proporzionale alle azioni possedute (limitando i voti dei soci maggiori). Gli azionisti di Banca d’Italia sono le banche (oggi private) che discendono dagli istituti di credito (all’epoca pubblici) che nel corso del tempo sono entrati nel suo capitale. La Banca d’Italia è stata una società per azioni fino al 1936. In quell’anno venne convertita in Istituto di diritto pubblico dall’articolo 3 della legge bancaria del 1936 (ovvero il sopra citato regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 marzo 1938, n. 141, e successive modificazioni e integrazioni). Diciamo che esiste una proprietà formale in capo ad azionisti oggi privati, ma la Banca opera nell’ambito del diritto pubblico. Ciò implica, ad esempio, che lo status giuridico di ente pubblico esclude la possibilità di fallimento della Banca d’Italia e, tramite il suo intervento nei casi di crisi, la possibilità di fallimento delle banche private, garantendo la stabilità dell’intero sistema bancario italiano. 

Il capitale sociale della Banca ammonta a soli 156.000 euro, versati nel 1936. Secondo l’articolo 3 dello statuto il capitale sociale “è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge“. Le quote di partecipazione sono costituite da certificati nominativi (art.4). Ai soci sono distribuiti dividendi per un importo fino al 6% del capitale e, su approvazione del Consiglio Superiore, un ulteriore 4% del valore nominale del capitale (art.39), cui si aggiunge “una somma non superiore al 4% dell’importo delle riserve” quali risultano dal bilancio dell’anno precedente prelevata dai frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve, sempre su approvazione del Consiglio superiore (art.40). Gli utili netti vengono per il resto distribuiti come segue. Il 20% degli utili netti conseguiti deve essere accantonato al fondo di riserva ordinaria. Col residuo, su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi. La restante somma è devoluta allo Stato. (art 39)”

Quindi rimarranno delusi tutti quelli che ancora credono che sia il signoraggio la parte più ingente e clamorosa della truffa, perché come vedete le cose non stanno esattamente così: pensare che una Banca Centrale guadagni dallo scarto fra valore nominale di una banconota e valore intrinseco di produzione è riduttivo (anche perché le banconote insieme alle monete metalliche costituiscono soltanto il 3% della moneta circolante), se confrontato con l’enorme potenzialità che avrebbe una Banca Centrale sottoposta alle direttive del Governo per finanziare la spesa pubblica, favorire piani di piena occupazione, rilanciare l’economia stagnante di un intero paese, tutelare l’ambiente e il patrimonio artistico, fornire sussidi e detassazioni alle aziende nazionali, garantire i diritti costituzionali a tutti i cittadini e chi più ne ha più ne metta. La vera truffa, l’inganno, il crimine è avere tolto ai Governi la possibilità di utilizzare le “proprie” Banca Centrali nell’interesse del bene nazionale e non il signoraggio che risulta soltanto la punta dell’iceberg di un contorto sistema di contabilità. Trascurando la quota irrilevante di moneta cartacea, se vogliamo analizzare meglio cosa fa una Banca Centrale ci accorgeremo che è vero che crea riserve elettroniche dal nulla, ma per comprare titoli finanziari che una volta venduti renderanno alla Banca le riserve elettroniche inizialmente create: bit del computer in cambio di bit del computer, non case, alberghi, ristoranti, aziende, forza lavoro etc. Il guadagno effettivo della Banca Centrale risulta dalla differenza fra l’interesse attivo che incassa sui titoli acquistati e l’interesse passivo che l’istituto di emissione deve corrispondere alle banche che riversano quelle stesse riserve presso i suoi conti di deposito. E  come abbiamo visto buona parte di questo profitto torna nelle casse dello Stato sotto forma di dividendi, tasse e tributi. Tutto qui, non c’è altro. Non ci sono complotti mondiali sotto questa spiegazione.

La vera disdicevole questione legata alla proprietà privata della Banca d’Italia riguarda invece il colossale conflitto di interesse che esiste fra l’ente controllore e i controllati: se i controllati sono i proprietari del controllore, come può quest’ultimo garantire un’attività di vigilanza imparziale, trasparente, equa, efficace? E’ questo infatti il vero nodo da sciogliere intorno alla vergognosa faccenda della proprietà privata di Banca d’Italia e basta guardare cosa accade in paesi più civili e normali per capire che prima o dopo urgerà una soluzione politica del problema istituzionale ancora irrisolto. La banca centrale inglese, Bank of England, è interamente pubblica e ultimamente, infischiandosene della sua stessa autonomia e indipendenza, ha dato addirittura suggerimenti all’austero ed impacciato governo Cameron per uscire dalla crisi: vuoi ridurre il debito pubblico, bene, non tartassare i cittadini, ma cancelliamo insieme i titoli di stato che la Bank of England si ritrova a bilancio. Soluzione naturale e logica, ma ovviamente il governo oligarchico-liberista inglese non ha accettato perché preferisce che i costi della crisi vengano addossati soltanto sui cittadini e si amplifichino le disuguaglianze sociali. La banca centrale tedesca Bundesbank è un istituto dello Stato al pari del Parlamento e del Governo. I profitti della Bundesbank sono disciplinati per legge e ritornano nel bilancio statale fino alla somma di 2,5 miliardi, mentre la parte eccedente viene destinata ad un fondo speciale istituito per finanziare i costi della riunificazione tedesca e vari programmi di sviluppo. La banca centrale francese, la Banque de France, è anch’essa pubblica ed è stata nazionalizzata nel lontano 1936, quando in effetti era ancora di proprietà privata. Il controllo e l’influenza del Governo sulla Banque de France sono rimasti intatti fino al 1993, quando in conseguenza dell’adesione ai trattati europei lo Stato ha dovuto per forza di cose dichiarare l’assoluta indipendenza e autonomia della Banca Centrale dal potere politico. I profitti della Banque de France vanno per più della metà allo Stato, mentre il resto viene distribuito tra fondi pubblici e altre riserve della stessa banca.

Quindi risulta concettualmente sbagliato dire che la BCE, il cui capitale è suddiviso in quote fra le varie Banche Centrali europee, sia una un ente privato, perché sarebbe più giusto affermare che si tratta di unistituto ibrido semi-pubblico o semi-privato, dato che alcuni suoi membri azionisti sono interamente privati, altri completamente pubblici e altri ancora metà pubblici e metà privati. Ma ripetiamo che non è la natura giuridica pubblica e privata la maggiore accusa da rivolgere all’istituto di Francoforte, ma il modo in cui esercita la sua funzione di ente monopolista di emissione della moneta: la BCE, alla stessa maniera delle Banche Centrali nazionali partecipanti, fa un uso privato di uno strumento di diritto pubblico come la moneta, in conseguenza della sua rivendicata autonomia e indipendenza e dell’esplicito divieto di intrattenere qualunque forma di rapporto politico o finanziario con i governi dei rispettivi Stati membri. Paradossalmente una banca centrale interamente privata come la Federal Reserve americana fa un uso più pubblico della disciplina monetaria rispetto alla BCE, dato che mantiene stretti legami di collaborazione e cooperazione con il Governo e il Congresso può in qualunque cambiare le direttive di politica monetaria della Fed tramite decreto. Un esempio invece di Banca Centrale interamente pubblica che fa un uso pubblico del suo potere monetario è la Bank of Canada. Ma noi siamo italiani, europei, mica canadesi! Purtroppo.

Tolta di mezzo la questione della proprietà, ci sarebbe un’ultima osservazione da fare riguardo alla BCE. Come si può vedere dalla tabella riportata sotto che mostra le quote di partecipazione delle Banche Centrali nazionali europee al capitale della BCE, un’altra enorme anomalia è rappresentata dalla presenza di Banche Centrali di paesi, come l’Inghilterra o la Svezia, che non fanno parte dell’area euro. Queste Banche Centrali effettivamente non ricevono pro-quota i proventi di gestione della BCE, ma tramite il Consiglio Direttivo influiscono sulle scelte di politica monetaria riguardanti una moneta che loro stessi non utilizzano e non hanno alcuna intenzione di adottare nemmeno in futuro. Siamo al paradosso più assoluto, come se la Banca d’Italia potesse indirizzare le decisioni della Federal Reserve, della Bank of England o della Bank of Japan. Una delle tante assurdità implicite ma mai espressamente denunciante della follia eurista: una volta accettato di aderire all’euro, il pacchetto di scemenze logiche e degenerazioni mentali bisogna purtroppo prenderselo completo.



Questa lunga trattazione spero serva a far capire fondamentalmente una cosa agli attivisti del Movimento 5 Stelle, così come a tutti gli altri italiani che lentamente si stanno cominciando a svegliare dal torpore: da ora in poi la gente non si deve tanto indignare perché la Banca d’Italia o la BCE sono enti privati, ma perché fanno un uso privato di uno strumento di diritto pubblico, di una cosa nostra insomma, dato che la moneta esiste e circola in virtù di una nostra tacita accettazione e del corso legale che ci viene imposto per legge dal nostro Governo democratico. Invece di rivendicare la proprietà pubblica di Banca d’Italia, che oggi come oggi non cambierebbe nulla incastrati come siamo nella follia eurista (Francia e Germania hanno banche centrali pubbliche ma sono spacciati e ingabbiati come noi), le persone dovrebbero iniziare a battere i pugni affinché si ristabilisca quel rapporto di collegamento e cooperazione fra il nostro Governo e la Banca Centrale, così come accade in tutti i paesi civili, democratici e normali del mondo, anche e soprattutto a costo di uscire dall’area euro. Tuttavia, siccome i grandi cambiamenti epocali avvengono sempre per gradi, i deputati del Movimento 5 Stelle avanzino pure una proposta di legge in Parlamento per nazionalizzare la Banca d’Italia, in modo da portarci avanti con il lavoro e trovarci pronti quando saremo di nuovo in grado di rifondare uno Stato di Diritto Democratico e Civile in Italia. Non so con certezza quando questo avverrà, ma vi posso assicurare che non manca molto al momento della resa dei conti. I tempi sono ormai maturi o quasi 



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Violazioni costituzionali nell’esercizio della politica monetaria
Premessa. La sentenza 16751/2006 delle sezioni unite.
Con sentenza 2978/05 la Banca D’Italia veniva condannata a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito da signoraggio. In tale sentenza il giudice di pace di Lecce sottolineava come la Banca d’Italia nel periodo 1996-2003 si fosse appropriata indebitamente di una somma pari a 5 miliardi di euro, e di come tale somma corrispondesse alla media di 87 euro per ogni cittadino residente in Italia al 31.12.2003
La Banca d’Italia, avverso detta sentenza, ricorreva in Cassazione.
Il 21 luglio 2006 con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione accoglievano il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “la pretesa del cittadino nei confronti dell'istituto di emissione esula dall'ambito della giurisdizione, sia essa quella del giudice ordinario, sia del giudice amministrativo, in quanto al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.
Per comprendere tali sentenze, ed il problema da esse sollevato, si devono preliminarmente esaminare tre questioni:
  1. cosa si intenda per signoraggio;
  2. la natura giuridica e il funzionamento della Banca d’Italia;
  3. la natura e le funzioni della BCE;
Questione 1: Il signoraggio
L'espressione risale ai secoli scorsi quando la circolazione era costituita soprattutto da monete in metalli preziosi (oro e argento). Ogni cittadino poteva chiedere al suo sovrano di coniargli monete con i lingotti d’oro e argento che portava alla zecca. Il sovrano, ponendo la sua effigie sulla moneta, ne garantiva il valore (dato dalla quantità e dalla purezza del metallo in essa contenuto). In cambio di questa garanzia tratteneva per sé una certa quantità di metallo: l’esercizio di questo potere sovrano venne chiamata signoraggio.
Il signoraggio, dunque, indicava (e in parte indica tutt’ora) il guadagno dello Stato nell’emettere la valuta.
Se in un primo tempo il valore della moneta era dato dalla quantità e dalla purezza in essa contenuto, con l’avvento della carta moneta il valore del biglietto veniva garantito dalla riserva aurea dello Stato, ovvero i biglietti erano convertibili in oro.
Il 22 Luglio 1944, gli stati del mondo, a Bretton Woods costituirono il Fondo Monetario Internazionale e decisero un nuovo sistema monetario: tutte le monete erano convertibili in dollari, ma solo il dollaro era convertibile in oro. In altre parole, si era creata una sorta diriserva aurea indiretta.
Tutti gli Stati del mondo costituirono, quindi, riserve in dollari per garantire la loro moneta.
Quali furono le conseguenze?
Per garantire l’equilibrio del sistema, e la richiesta di dollari avanzata dai paesi che dovevano garantire la loro moneta, gli Stati Uniti stamparono più dollari di quelli necessari alla sua, precedente, circolazione interna.
Nel 1970 l’OPEC, cioè il cartello dei produttori di petrolio, non solo aumentò il prezzo del greggio, ma pretese che questo fosse pagato in oro e non più in dollari.
Gli stati che avevano riserve in dollari, cercarono di cambiarli in oro, oro che si sarebbe dovuto trovare nei forzieri di Fort Knox in USA. Purtroppo, solo in quel momento, si scopri che l’oro non era sufficiente e non copriva il valore dei dollari circolanti in tutto il mondo.
Le riserve auree nel mondo (valutate al 1975) non superavano le 200.000 tonnellate, mentre per coprire tutte le monete circolanti ne sarebbero occorse 75.000.000. Il che vuol dire che ogni moneta aveva una copertura del suo valore pari allo 0,3 % in oro.
Il 15 agosto 1971, Nixon annunciava a Camp David, con decisione unilaterale, di sospendere la convertibilità del dollaro in oro.
Da allora i paesi continuano a stampare moneta cartacea priva di qualsiasi garanzia.
In altre parole: la riserva aurea non esisteva più, e quindi la moneta diventava un valore unicamente virtuale, e non ancorato all’oro, come era avvenuto per secoli.
Questione due: La Banca d’Italia. Natura giuridica e funzionamento.
In Italia, dal 1936 grazie alla Legge bancaria (R.D.L. 375 del 12.03.1936 convertito nella Legge 441 del 07.03.1938) e al successivo “Statuto” approvato con R.D. 1067 del 11.06.36, la Banca D’Italia, trasformata in istituto di diritto pubblico, esercita in regime di monopolio la funzione di emissione della carta moneta (con esclusione delle monete metalliche la cui competenza esclusiva è riservata al Tesoro dello Stato).
Sin qui parrebbe che il potere sovrano di emettere moneta, essendo stato delegato ad un istituto di diritto pubblico, continui ad appartenere allo Stato e che sempre allo Stato vada il c.d. reddito da signoraggio. Ma non è così.
Per vedere come questo non corrisponda al vero è nenessario andare ad analizzare lo statuto della Banca D’Italia, il suo funzionamento e le sue “anomalie”:
I° Anomalia
I principali compiti, e funzioni, che la legge del 1936 affida alla Banca d’Italia sono:
  • Istituto di emissione. (Anche se, come vedremo dopo, dal 1° gennaio 2002, con il Trattato di Mastricht, l’emissione delle banconote in euro aventi corso legale in Europa è compito della Banca centrale europea);
  • Gestione della tesoreria provinciale dello Stato;
  • Funzione di vigilanza sul sistema creditizio
L’organizzazione interna ricalca sostanzialmente quella che è propria di una società per azioni. Così vi troviamo:
        • un capitale sociale, suddiviso in quote detenute di partecipanti;
        • un consiglio di amministrazione;
        • un collegio sindacale;
        • gli Organi Amministrativi e di Controllo, come avviene nelle società per azioni, sono nominati dall’assemblea Generale dei “partecipanti”: in particolare il Consiglio Superiore, che poi provvede a nominare tra i propri componenti il Comitato, il Governatore, il direttore Generale e i due vice Direttori Generali1;
        • I portatori delle quote si riuniscono annualmente in assemblea generale ordinaria.
Inoltre i partecipanti, come gli azionisti di una società per azioni, hanno diritto;
    • al rendiconto annuale della gestione sulla base del bilancio (da sottoporsi all’approvazione dell’assemblea);
    • alla partecipazione all’utile della gestione;
    • ai frutti derivanti dall’investimento delle riserve del patrimonio netto.
Questa analisi non ci porta ancora a privare la Banca D’Italia della qualifica di ente pubblico. Infatti, come ribadito anche dalla Cassazione, un ente si definisce pubblico quando, pur essendo privatizzato, ha un fine pubblico e un sistema di controlli pubblici. Ma la Banca d’Italia risponde a tali requisiti?
Sul fine pubblico nulla questio, trattandosi di un istituto di emissione; il problema sono i controlli da parte dello Stato che nella sostanza non esistono. Questo perché gli organi amministrativi e di controllo della Banca d’Italia sono nominati dall’Assemblea Generale dei partecipanti (che sono al 95% dei privati). Il Governo può solo approvare la nomina, o la revoca, di alcune cariche, ma l’approvazione da parte del Governo non influisce minimamente sulla validità della nomina. In soldoni è come se non esistesse.
In conclusione, la Banca d’Italia è un ente privato, strutturato come società per azioni, a cui è affidata, in regime di monopolio, la funzione statale di emissione di carta moneta, senza controlli da parte dello Stato.
II° Anomalia
La Banca D’Italia abbiamo detto è per il 95% in mano a privati. Essi sono:
Gruppo Intesa (27,2%),
BNL (2,83%)
Gruppo San Paolo (17,23%)
Monte dei Paschi di Siena (2,50%)
Gruppo Capitalia (11,15%)
Gruppo La Fondiaria (2%)
Gruppo Unicredito (10,97%)
Gruppo Premafin (2%)
Assicurazioni Generali (6,33%)
Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%)
INPS (5%)
RAS (1,33%)
Banca Carige (3,96%)
privati (5,65%)
Dall’analisi dei soci ci rendiamo conto che solo il 5% del capitale è dell’INPS, ovvero di una società pubblica2. Dunque la banca D’Italia è per il 95% in mano a banche private. Ma qui risulta evidente la seconda forte anomalia. Infatti abbiamo detto che con la legge bancaria del 1936 a Banca D’Italia è stato demandato il compito di vigilanza sulle altre banche. Ora, le banche sono proprietarie della Banca che dovrebbe su di loro vigilare ed, attraverso i consigli di amministrazione, nominano Governatori e Direttori; ciò vuol dire, in altre parole, che i controllati controllano i controllori, e non vicerversa.
III° Anomalia
Riguarda gli art. 543 e 564 del Titolo IV (BILANCI, UTILI, SPESE E PERDITE, RISERVE) Vediamo perché:
In base all’art. 54 la quota di utili da assegnare allo Stato corrisponde circa al 50% dell’Utile di Esercizio del Bilancio Annuale, dedotto il 40% accantonato a riserve e il 10 % del capitale sociale attribuiti ai partecipanti.
L’art. 56, inoltre, prevede che una quota, a valere sul fruttato delle riserve medesime, sia distribuita ai partecipanti al capitale sociale (come annualmente deliberato dall’assemblea).
Analizziamo nei fatti le conseguenze di queste norme. Come sottolinea la CTU redatta dal perito nella sentenza n. 2978/05 del giudice di pace di Lecce, nella causa sul signoraggio, l’accantonamento dei frutti delle riserve (e l’assegnazione di parte di essi ai partecipanti) determina una incremento (e una decurtazione) delle riserve stesse quale partita negativa del conto economico e, pertanto, il risultato di esercizio è rappresentato in bilancio al netto di tale posta.
Gli accantonamenti a riserve generano patrimonio e frutti ad esclusivo vantaggio dei partecipanti al capitale sociale dell’Istituto e, per converso, rappresentano un reddito sottratto alla competenza dello Stato.
Inoltre, la quota di riserve attribuita annualmente ai partecipanti (quota stabilita in assoluta autonomia dal Consiglio di Amministrazione della Banca d’Italia), ai sensi dell’art. 56 dello Statuto, è sovente sensibilmente superiore alla quota di utile assegnata allo Stato (ad esempio nel 2003 al netto degli accantonamenti a riserve, sia stato corrisposto un dividendo per ogni quota di partecipazione unitaria pari a circa il 300% del valore della stessa. Dividenti andati tutti a privati (le banche) e che formano il debito pubblico).
Insomma è evidente come la Banca D’Italia assolva ai fini che dovrebbero essere di natura pubblica in piena autonomia e indipendenza, ritraendone utili e frutti che divide tra i “partecipanti” privati.
Quindi, ricapitoliamo:
    • la Banca D’Italia è una società privata, detenuta per il 95% da privati;
    • gli Organi Amministrativi e di Controllo della Banca d’Italia, come avviene nelle società per azioni, sono nominati dall’assemblea Generale dei “partecipanti” (cui il 95% sono privati): in particolare il Consiglio Superiore, che poi provvede a nominare tra i propri componenti il Comitato, il Governatore, il direttore Generale e i due vice Direttori Generali;
    • con la legge 82 del 07.02.1992 varata dal ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore della Banca d’Italia), è stata attribuita alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro. Ovvero autonomamente un gruppo di banche private decide per lo Stato italiano il costo del denaro.
    • Annualmente, il Consiglio di Amministrazione, autonomamente eletto (dai soci privati), stabilisce quote di riserva variabili che, spesso, producono una quota di utili superiore alla quota di utili che viene data allo Stato
    • tali utili (risultato degli interessi sul prestito) la Banca d’Italia li distribuisce tra i suoi soci che sono al 95% privati;
    • gli utili distribuiti alle banche private costituiscono un debito contratto dallo Stato e vanno ad incrementare il debito pubblico.
Stante la situazione appena descritta appare chiaro che la sovranità monetaria è esercitata da una società a capitale privato con scopo di lucro che decide in piena autonomia il costo del denaro5.
Da questi elementi può affermarsi che lo Stato, da tempo, ha ceduto la propria sovranità monetaria in favore di un ente privato (non certo pubblico), ovvero la Banca d’Italia.
Questione tre: La BCE. Natura e funzioni.
C’è da domandarsi se qualcosa è cambiato con l’ingresso dell’Italia in Europa.
Ad un analisi approfondita, però, si scopre che non è cambiato quasi nulla. Le anomalie sono addirittura maggiori. Vediamole.
I° Anomalia
Il 7 febbraio 1992 Giulio Andreotti come Presidente del Consiglio assieme al Ministro degli Esteri Gianni de Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore di Banca d’Italia) firmano il Trattato di Maastricht6.
Il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e la Banca centrale europea (BCE) sono stati istituiti dal Trattato di Maastricht.
Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle banche centrali nazionali dei paesi dell’Unione europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune con l’obiettivo fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi.
La BCE, proprietà delle banche centrali, le quali ne sono azioniste, è un soggetto privato con sede a Francoforte.
Inoltre, ex art. 107 del Trattato di Mastricht, la BCE è esplicitamentesottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea. Tale previsione fa si che la BCE sia una sorta di soggetto sovranazionale ed extraterritoriale.
II° Anomalia
Le banche centrali nazionali sono le sole sottoscrittrici delle quote del suo capitale.
Vediamo allora chi sono i soci della BCE
I SOCI DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA (BCE)
Banca Nazionale del Belgio (2,83%)
Banca centrale del Lussemburgo (0,17%)
Banca Nazionale della Danimarca (1,72%)
Banca d’Olanda (4,43%)
Banca Nazionale della Germania (23,40%)
Banca nazionale d'Austria (2,30%)
Banca della Grecia (2,16%)
Banca del Portogallo (2,01%)
Banca della Spagna (8,78%)
Banca di Finlandia (1,43%)
Banca della Francia (16,52%)
Banca Centrale di Svezia (2,66%)
Banca Centrale d’Irlanda (1,03%)
Banca d’Inghilterra (15,98%)
Banca d'Italia (14,57%)
Come si può notare dallo schema vi sono
, tra i sottoscrittori della BCE, tre stati (Svezia, Danimarca ed Inghilterra) che non hanno adottato come moneta l’euro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei paesi dell’euro.
Anche in questo caso, dalle anomalie ora sottolineate si evince come, nella sostanza, l’Italia abbia ceduto la sua sovranità monetaria ad un soggetto sovranazionale ed extraterritoriale sottratto ad ogni controllo.
Tale situazione anomala è stata oggetto, da parte di diversi cittadini, di azioni civili e penali contro la Banca d’Italia. Alcune cause sono ancora in corso, altre si sono già concluse. In un caso, un giudice di pace di Lecce, ha dato ragione ad un cittadino, che aveva denunciato questo stato di cose, condannando la Banca d’Italia a restituirgli il c.d. “ reddito da signoraggio” (sentenza n. 2978/05 emessa a Lecce). La sentenza afferma che la Banca d’Italia (che ricordiamo è al 95% in mano a privati) si è appropriata indebitamente di una somma enorme, pari a 5 miliardi di euro solo tra gli anni 1996-2003 sotto la voce “reddito da signoraggio”.
La Banca d’Italia, avverso tale sentenza, ha fatto ricorso in Cassazione. Il 21 luglio 2006 con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione hanno accolto il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “la pretesa del cittadino nei confronti dell'istituto di emissione esula dall'ambito della giurisdizione, sia essa quella del giudice ordinario, sia del giudice amministrativo, in quanto al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.
In sostanza la Corte di Cassazione ha detto che il problema della politica monetaria non è sindacabile dal giudice, e quindi, quand’anche da tale politica il cittadino riceva un danno, non ha tutela giurisdizionale.
A questo punto allora dobbiamo porci queste domande.
1) E’ possibile che non esista un interesse protetto del cittadino a che gli atti compiuti dallo Stato assumano o non assumano un determinato contenuto?
2) E se lo Stato, nell’esplicare le proprie funzioni sovrane, viola un diritto dei cittadini arrecando un danno alla popolazione, è possibile che il cittadino non possa far nulla, neanche adire gli organi giudiziari?
Per rispondere alla domanda dobbiamo analizzare il problema alla luce dei principi posti dalla Costituzione.
La Costituzione Italiana. Principi fondamentali
Art. 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”
Cosa significa esattamente? Cosa si intende per “la sovranità appartiene al popolo” e come viene, questa, esercitata costituzionalmente dal popolo?
I mezzi con cui può essere esercitato tale potere sono diversi.
Uno di questi è sicuramente l’elezione dei membri del Parlamento.
Lo Stato è il rappresentante del popolo e tale rappresentanza è regolamentata dalla Costituzione. La Costituzione introduce una vera e propria rappresentanza diretta del popolo da parte dello Stato, nel senso che lo Stato-soggetto agisce non soltanto per conto del popolo, ma anche nel suo nome (Vezio Crisafulli). La sovranità popolare implica che tutte le funzioni delegate allo Stato, tramite lo strumento costituzionale dell’elezione, devono essere esercitate solo ed esclusivamente nell’interesse del popolo. Infatti, la rappresentatività, per acquistare significato, deve essere connessa all’interesse generale [Cfr. T. MARTINES, Diritto costituzionale, X ed., Milano, 2000, p. 219].
Lo Stato, in qualità di rappresentante, gestisce tale sovranità compiendo “una serie di operazioni per la realizzazione di uno scopo altrui (…)”[S. PUGLIATTI, Il rapporto di gestione sottostante alla rappresentanza (1929), ora in Studi sulla rappresentanza, Milano, 1965, p. 166].
Ricordato questo, la domanda da porci è: cosa succede se lo Stato esercita le sue funzioni delegate non nell’interesse della generalità, ma per interessi contingenti di una parte? Esistono limiti a questa rappresentatività? E se si, da chi sono garantiti?
I limiti giuridici di tale rappresentatività sono previsti dalla Costituzione e gli organi di garanzia a ciò preposti, sempre dalla Costituzione, sono innanzitutto il Presidente della Repubblica e in ultima istanza la Corte Costituzionale. E’ a questi organi che il cittadino può, e deve, rivolgersi nel caso in cui i limiti costituzionali di rappresentatività vengano illecitamente esercitati da parte dello Stato.
Se così stanno le cose, la domanda ora da porci è: nel caso di Banca d’Italia e BCE, è stata illecitamente, ovvero incostituzionalmente, esercitata la funzione sovrana di politica monetaria? La risposta è senz’altro positiva.
I diritti fondamentali violati sono due: l’art. 1 e l’art. 11 della Costituzione.
Per quanto riguarda l’art. 1 la violazione consiste nel fatto che lo Stato, delegato dal popolo ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, l’ha ceduta a soggetto diverso dallo Stato: prima alla Banca D’Italia (di proprietà al 95% di privati), quindi alla BCE (soggetto privato, soprannazionale ed extraterritoriale). In tale ultimo caso, poi, lo Stato ha violato anche l’art. 11 della Costituzione che recita:
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
L’art. 11 della costituzione consente limitazioni (non già cessioni) della sovranità nazionale solo in favore di altri Stati. Ma la BCE non è uno Stato, né organo di altri Stati.
Inoltre, la sovranità monetaria non è stata ceduta a condizioni di parità (le quote di partecipazione alla BCE non sono paritarie), vi fa parte anche la Banca d’Inghilterra che non fa parte dell’euro e partecipa alle decisioni di politica monetaria del nostro Stato (nonché agli altissimi utili derivanti dal reddito da signoraggio) senza che lo Stato italiano possa in alcun modo interferire nella politica monetaria interna. C’è insomma una palese disparità di trattamento, per giunta a favore di uno stato sovrano estraneo all’area dell’Euro e che, proprio per avere una moneta diversa, potenzialmente può avere un conflitto di interessi con la politica monetaria europea.
Ed ancora. Tale limitazione (non cessione) può essere fatta ai soli fini di assicurare “la pace e la giustizia tra le Nazioni”. I fini della BCE non sono quelli di assicurare pace e giustizia fra le nazioni, ma quello di stabilire una politica monetaria.
In conclusione: se i principi costituzionali da noi citati sono stati intesi correttamente, e se la Costituzione ha ancora un valore, si deve concludere che la cessione dell’esercizio della sovranità monetaria alla Banca d’Italia, alla BCE o a qualsiasi soggetto diverso dallo Stato, viola l’art. 1 della Costituzione e non si giustifica con l’art. 11 della Costituzione. Tutto ciò porta alla logica conseguenza che tutte le leggi, decreti, atti o quant’altro in tal senso sono incostituzionali e per questo inefficaci ex tunc.
Si ritiene, pertanto che, nel caso in esame, e per le violazioni appena citate, avrebbe dovuto essere investita anche la Corte Costituzionale oltre alla Corte di Cassazione.
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1 Il Governo, come stabilisce la legge, può solo approvare la nomina, o la revoca, di alcune cariche, ma l’approvazione da parte del Governo non influisce minimamente sulla validità della nomina, al massimo può influire sull’efficacia.
2 Preme rilevare a questo punto che sino a pochi mesi fa l’art. 3 dello Statuto proibiva la cessione a privati di quote azionarie della BdI e prescriveva che fosse, per la maggioranza, in mano pubblica. Ora, grazie anche alle varie cause promosse da diversi cittadini contro Banca D’Italia con modalità prettamente italiana si è modificato l’articolo 3 dello Statuto cancellato quella fastidiosa frase che imponeva che la maggioranza fosse in mano pubblica
3 ART. 54
Ogni anno devono essere fatti il bilancio e l’inventario dell’attivo e del passivo dell’Istituto. Deve essere pure fatto il conto dimostrativo dei profitti, delle spese e delle perdite dell’esercizio annuale. I profitti sono quelli conseguiti durante l’anno tanto dalle operazioni ordinarie quanto da quelle straordinarie e dai ricuperi sulle sofferenze ammortizzate. Le spese comprendono quelle di ordinaria amministrazione, quelle per rifornimento della riserva metallica, quelle per l’emissione dei biglietti al portatore e simili, le tasse e gli altri oneri prescritti dalle leggi, e le somme eventualmente erogate a scopo di beneficenza o per contributi a opere di interesse pubblico nei limiti annualmente fissati dal Consiglio superiore.
Alle dette spese devono aggiungersi, per accertare l’ammontare degli utili netti disponibili, anche le sofferenze dell’esercizio, gli occorrenti ammortamenti ed oneri consimili nonché le rate di ammortizzazione delle spese che il Consiglio superiore giudicasse ripartibili in più esercizi.
Gli utili netti, conseguiti secondo il bilancio approvato, dopo di avere da essi prelevata la somma che il Consiglio superiore crederà di stabilire per la graduale costituzione di un fondo di riserva ordinaria fino a concorrenza del 20% degli utili netti, sono assegnati ai partecipanti, per la distribuzione di un dividendo fino ad una somma pari al 6% del capitale. Col residuo, sempre su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi e può essere distribuito ai partecipanti, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale. La restante somma è devoluta allo Stato, in applicazione dell’art. 3 del Decreto ministeriale 31 dicembre 1936 emanato in esecuzione del R. decreto-legge 5 settembre 1935, n. 1647. La riserva ordinaria, se diminuitaper ammortizzazione di perdite o per qualsiasi altra ragione, deve, salvo il disposto del successivo art. 56, essere al più presto interamente reintegrata.
4 ART. 56
Dai frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve, può essere, su proposta del Consiglio superiore e con l’approvazione dell’assemblea ordinaria, prelevata e distribuita ai partecipanti, pro quota delle singole partecipazioni, in aggiunta a quanto previsto dall’art. 54, una somma non superiore al 4% dell’importo delle riserve medesime, quali risultavano dal bilancio approvato nell’assemblea ordinaria dell’anno precedente.
5 Infatti con la legge 82 del 07.02.1992 varata dal ministro del Tesoro Guido Carli (già Governatore della Banca d’Italia), è stata attribuita alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro.
6 Con questo trattato vengono introdotti i cosiddetti Tre pilastri dell'Unione Europea:

  1. la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la politica estera di sicurezza e difesa (PESD)
  2. la Cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (GAI)




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