venerdì 9 novembre 2018

Ideologia Gender: La distruzione della famiglia




VOGLIONO DISTRUGGERE " LA FAMIGLIA ". TUTTO SECONDO I PIANI DEL NWO, SFALDAMENTO LEGAMI FAMILIARI ...

L’ideologia gender non esisterebbe. Sarebbero tutte menzogne. Tutto terrorismo psicologico. Tutte paure messe in giro da fanatici ed incompetenti. La replica pi√Ļ frequente a coloro che osano discutere taluni innovativi “progetti educativi” – conformemente a collaudate prassi totalitarie, che riconducono qualsivoglia critica alla patologia – si sostanzia in un invito al ricovero ospedaliero. Se si √® tuttavia abbastanza forti da sopportare quest’allergia al dissenso, risulta in realt√† semplice non solo individuare il nucleo ideologico della teoria gender, ma anche le insanabili contraddizioni che la paralizzano. Per quanto riguarda il primo aspetto – il riconoscimento dell’ideologia – √® sufficiente osservare come il tentativo di combattere le discriminazioni anzitutto di matrice sessista conduca sempre pi√Ļ spesso al voluto equivoco secondo cui, per contrastare le diseguaglianze fra uomo e donna, occorrerebbe negare alla radice le differenze fra i sessi. Differenze che quindi, nella misura in cui fossero anche solo oggetto di semplici studio ed osservazione, diverrebbero potenziali moventi per trattamenti iniqui.

Si spiegano cos√¨ meraviglie come la svedese Egalia, scuola materna di Stoccolma dove gi√† anni or sono si √® pianificata l’abolizione dei sessi coniando persino un pronome neutro, «hen», in luogo dei vetusti – e verosimilmente ritenuti sessisti – «hon» e «han», e prescrivendo per i piccoli il dovere di chiamarsi fra loro «amici», bandendo parole come “bambino” o “bambina”, termini da consegnare al passato insieme alla differenze sessuali. Per quanto possa apparire sorprendente e prima che in una panoramica che pure sarebbe agevole fra autori che teorizzano quanto la scuola materna di Stoccolma ha poi messo in pratica, l”inesistente” ideologia gender √® tutta qui: nell’ostinata negazione delle difformit√† attitudinali fra i sessi, da presentare al mondo come vergognose diseguaglianze di genere, laddove il genere – qui sta un passaggio fondamentale – non include la mera possibilit√† d’essere uomini e donne; non solo. Una liberazione compiuta dall’oppressione impone infatti anche il superamento della prospettiva binaria maschile e femminile attraverso la forgiatura di un’identit√† sessuale fluida, definita solamente da una individuale e sempre riformabile percezione di s√©.

Al di l√† di comprensibili perplessit√†, questa prospettiva si scontra – lo dicevamo poc’anzi – con molteplici contraddizioni. La principali sono essenzialmente tre. La prima concerne la logica definitoria che il concetto di genere vorrebbe oltrepassare e nella quale, in verit√†, continuamente ricade. Risulta infatti poco sensato da un lato respingere come limitante la distinzione fra maschi e femmine e poi, dall’altro, accettare che per esempio ci si debba riconoscere in una delle 70 differenti opzioni di genere che Facebook mette a disposizione dei propri utenti. E se un soggetto si percepisse simultaneamente come appartenente a pi√Ļ generi o avvertisse come proprio un genere non contemplato da alcuna classificazione? Con quali argomenti, se non ricorrendo all’imposizione, si potrebbe chiedergli di definirsi? Occorre decidersi: o il genere √® davvero libero, oppure √® solo una volgare parodia di quella distinzione sessuale che si vorrebbe superare. Il problema √® che, accettando coerentemente di non poter definire il genere, non solo si archivia il concetto di sesso ma si pensiona anche quello d’identit√†. Parlare di identit√† di genere rivela cos√¨ tutta la sua insostenibile portata ossimorica.

Contro l'Ideologia Gender nelle scuole
Una seconda contraddizione dell’ideologia gender emerge in quello che pretende di denunciare, ossia l’ingerenza ambientale nella genesi della propria identit√†. Se finora √® esistita una pi√Ļ o meno netta distinzione fra maschile e femminile – sostiene la prospettiva gender – ci√≤ non √® avvenuto in ragione di una natura maschile o femminile, che sarebbe inesistente, bens√¨ a causa di una data cultura. D’accordo, ma se le cose stanno cos√¨, se √® l’ambiente il responsabile di come ci siamo finora percepiti, com’√® possibile non sospettare che sia sempre l’ambiente – e precisamente la cultura occidentale nel 2014 veicolata da universit√†, parlamenti e redazioni, il famoso “Pensiero Unico” – la vera origine della teoria gender? Sulla base di quali elementi, anche senza necessariamente tornare al concetto di natura umana, possiamo con certezza affermare che le imposizioni culturali che si vogliono far uscire dalla porta non rientrino poi dalla finestra con la pedagogia gender? Chi e come pu√≤ garantire totale liberazione da coercizioni esterne? Anche qui dunque urge intendersi: o le influenze esterne sono sempre negative oppure, se lo sono solo alcune, stiamo ragionando in termini etici; se √® cos√¨ diciamolo, evitando di sbandierare una neutralit√† di facciata.

L’ultima, vertiginosa contraddizione della prospettiva gender, strettamente collegata alla precedente, riguarda il metodo scelto per la nuova educazione contro qualsivoglia discriminazione: un metodo inevitabilmente a base di cultura, conferenze, libri, incontri nelle scuole. Un metodo oggi cos√¨ promosso ma che domani – questo, in fondo, si augurano gli artefici della nuova educazione – sar√† la stessa famiglia, o quel che ne rester√†, a mettere in pratica organizzando insegnamenti che impediscano ai giovani di credere che esistano fondamentali, notevoli ed anche arricchenti differenze fra uomo e donna. Ma in questo modo si soffocher√† il fondamentale principio della libert√† educativa, andando tragicamente a concretizzare, fra l’altro, quanto lo psichiatra Wilhelm Reich (1897–1957), nel suo Psicologia di massa del fascismo, scriveva della famiglia come realt√† organica all’autoritarismo, definendola «la sua fabbrica strutturale ed ideologica». Cosa che non era e soprattutto non √® affatto, considerando la dichiarata ed odierna diffidenza di molte famiglie verso la cultura di genere, ma che purtroppo potrebbe diventare, dando quasi un secolo dopo fondamento ai timori di Reich e a quelli dei non entusiasti di una nuova era gender.


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IDEOLOGIA DI GENDER E UTOPIA DELL’UGUAGLIANZA.

LA TEORIA DEL “GENDER” NEGA CHE L’UMANIT√Ä SIA DIVISA TRA MASCHI E FEMMINE .

Negli ultimi decenni del XX secolo nei Paesi occidentali abbiamo assistito a una rivoluzione concettuale fondata su manipolazioni del linguaggio, cio√® la sostituzione del concetto di differenza sessuale con il termine indeterminato gender. In sostanza, alcuni intellettuali e politici hanno cercato di rendere concreta e condivisa l’affermazione del famoso libro di Simone de Beauvoir Il secondo sesso: “Donne non si nasce, ma si diventa”.
Le ragioni che hanno permesso e favorito il sorgere di questa nuova ideologia sono molte, e di diversa natura. Da una parte, la caduta del muro di Berlino, a cui √® pochi anni dopo seguita la grave recessione economica mondiale, hanno messo in crisi tutti gli apparati ideologici che avevano intessuto la vita politica: crollano infatti tutti i tipi di ideologia comunista e socialista, e poi anche il liberalismo capitalista. In questo vuoto, la caccia a nuovi valori con cui giustificare le scelte politiche ha portato a una sorta di divinizzazione dei Diritti umani, che da obiettivo che le societ√† si dovevano porre sono diventati i valori guida indiscutibili, anche se spesso manipolati, subendo un ampliamento e una trasformazione. L’utopia dell’uguaglianza, che aveva animato la lotta politica dell’Ottocento e del Novecento, rinasce in settori prima marginali, come il femminismo, che diventa cos√¨ una forma ideologica centrale, capace di riempire il vuoto lasciato dal fallimento delle ideologie comuniste. 

Per rafforzarsi, il femminismo doveva costituirsi come ideologia utopica che si richiamava all’utopia dell’uguaglianza, e doveva avere una conferma “scientifica”, cos√¨ come il comunismo di Marx, che si era autodichiarato “socialismo scientifico”.
La teoria del gender √® un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, gi√† propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicit√†. Negare che l’umanit√† √® divisa tra maschi e femmine √® sembrato un modo per garantire la pi√Ļ totale e assoluta eguaglianza – e quindi possibilit√† di felicit√† – a tutti gli esseri umani. Nel caso della teoria del gender, all’aspetto negativo costituito dalla negazione della differenza sessuale, si accompagnava un aspetto positivo: la totale libert√† di scelta individuale, mito fondante della societ√† moderna, che pu√≤ arrivare anche a cancellare quello che veniva considerato, fino a poco tempo fa, come un dato di costrizione naturale ineludibile. 

La teoria del gender comprende quindi un aspetto politico (la realizzazione dell’uguaglianza e la possibilit√† senza limiti di scelta individuale), un aspetto storico-sociale (la giustificazione a posteriori della fine del ruolo femminile nelle societ√† occidentali) e un aspetto filosofico-antropologico pi√Ļ generale, cio√® la definizione di essere umano e il rapporto fra questo e la natura. L’ideologia del gender √® dunque una delle tante derive che ha preso l’utopia dell’uguaglianza. Scrive infatti Michael Walzer: “Alla radice, il significato dell’uguaglianza √® negativo”, mira a eliminare non tutte le differenze ma un insieme particolare di differenze, che varia secondo l’epoca e il luogo.

La trasformazione sociale in corso sta muovendosi verso la cancellazione di tutte le differenze – anche di quella, fondamentale in tutte le culture, fra donne e uomini – con un ritmo che si √® fatto sempre pi√Ļ veloce dopo la diffusione degli anticoncezionali chimici, negli anni Sessanta. La separazione fra sessualit√† e riproduzione, infatti, ha permesso alle donne di adottare un comportamento sessuale di tipo maschile – che forse non si adatta alla natura femminile, e dunque probabilmente non contribuisce ad aumentare la felicit√† delle donne, anche se questo √® un altro discorso – e quindi di svolgere dei ruoli maschili rimuovendo ogni ostacolo, e cio√® abolendo anche la maternit√†.
La separazione fra sessualit√† e procreazione ha provocato una separazione fra procreazione e matrimonio, e quindi anche fra sessualit√† e matrimonio: possiamo cogliere qui le condizioni per l’affermarsi dei “diritti” al matrimonio e al figlio avanzati dai gruppi omosessuali, e strettamente collegati all’idea di gender, cio√® alla negazione dell’identit√† sessuale “naturale”.

Come il filosofo francese Marcel Gauchet ha messo in luce, queste trasformazioni hanno profonde conseguenze sul piano sociale: se la sessualit√† smette di essere un problema collettivo collegato al prolungamento del gruppo umano nel tempo, e diventa un affare privato ed espressione della propria individualit√†, ne discende ovviamente una crisi dell’istituto famigliare e un cambiamento nello statuto dell’omosessualit√†. Mentre una volta, infatti, era la famiglia che produceva il figlio come ovvia conseguenza dell’attivit√† sessuale dei coniugi, oggi sempre pi√Ļ spesso √® il figlio desiderato che crea la famiglia. E pu√≤ essere considerata famiglia quella di chiunque desideri un figlio.

Circa cinquanta anni dopo che la de Beauvoir aveva scritto quella frase, la sua idea sembrava finalmente trionfare. Se le identità sessuali sono solo costruzioni culturali, è possibile decostruirle, ed è quello che si propongono di fare movimenti femministi e omosessuali.
La chiave della rivoluzione del gender √® il linguaggio, come si deduce da qualche ordinamento giuridico, dove solo cambiando qualche termine – “genitore” invece di “madre” e “padre”, “parentalit√†” invece di “famiglia” – si √® riusciti a cancellare nei documenti la famiglia naturale. 
Con un’altra operazione artificiosa si sostituiscono “sesso” con “sessualit√†” e “sessuato” con “sessuale”, per confermare che non conta la realt√†, ma solo l’orientamento del desiderio. 

Come per√≤ ricorda lo studioso Xavier Lacroix, rimane invece indispensabile “riconoscere l’apporto che il carnale d√† al simbolico e al relazionale”: capire cio√® che l’ancoraggio fisico della paternit√† in un corpo maschile e della maternit√† in un corpo femminile costituisce un dato di fatto irriducibile e strutturante che deve essere recepito non solo come un limite, ma come una fonte di significato. Bisogna ammettere che al di l√† dello spermatozoo o dell’ovulo c’√® qualcuno, mentre il concetto di omoparentalit√† elimina qualunque leggibilit√† carnale dell’origine. I diversi sistemi di parentela che esistono al mondo hanno variamente articolato il fisico e il culturale, ma li hanno sempre articolati, perch√© la sfida centrale della famiglia consiste proprio nel tenere insieme coniugalit√† e parentalit√†.

Si tratta quindi di una vera e propria sfida antropologica al fondamento culturale non solo della nostra societ√† ma di tutte le societ√† umane, come dimostra la critica avviata dai teorici del gender (per esempio, dalla filosofa americana Judith Butler) a L√©vi-Strauss e a Freud, colpevoli di avere fondato i loro sistemi di pensiero sulla differenza sessuale fra donne e uomini. E la demonizzazione di ogni tipo di differenza non solo si basa su una utopia di uguaglianza proposta come via maestra verso la felicit√† – un’utopia che senza dubbio ha le sue origini proprio in quella socialista che ha mostrato le sue disastrose realizzazioni nel secolo appena trascorso – ma in questo caso si arriva a un esito estremo del pensiero decostruzionista, e cio√® alla negazione dell’esistenza della natura stessa. Se ogni tipo di differenza, sancita da una definizione sociale, √® letto come un sistema di potere, sulla scorta di Foucault, si pu√≤ vedere in ogni superamento di paradigma un momento evolutivo di liberazione, secondo una nuova forma di darwinismo sociale. Le forme pi√Ļ diffuse e pi√Ļ facilmente vivibili di relazioni affettive e sessuali sono cos√¨ considerate come quelle evolute, che quindi devono imporsi, mentre l'”eterocentrismo” viene considerato un momento della storia dello sviluppo umano ormai non pi√Ļ adatto e da superare.

L’ideologia del gender √® stata recepita con entusiasmo soprattutto dalle organizzazioni internazionali, perch√© corrisponde alla politica di allargamento dei diritti individuali che √® considerata il fondamento della libert√† democratica: il problema del genere √® stato al centro della battaglia politica nelle conferenze Onu del Cairo e di Pechino. √ą una storia poco conosciuta, cio√® come – per esprimersi con le parole dell’Istituto di ricerca per l’avanzamento delle donne (Instraw) – “adottare una prospettiva di genere significa (…) distinguere tra quello che √® naturale e biologico da quello che √® costruito socialmente e culturalmente, e nel processo rinegoziare tra il naturale – e la sua relativa inflessibilit√† – e il sociale, e la sua relativa modificabilit√†”. In sostanza, significa negare che le diversit√† fra donne e uomini siano naturali, e sostenere invece che sono costruite culturalmente, e quindi possono essere modificate a seconda del desiderio individuale. L’adozione di una “prospettiva di genere” √® stata la linea ideologica adottata con forza da alcune delle principali agenzie dell’Onu e dalle Ong che si occupano di controllo demografico, con il sostegno della maggior parte delle femministe dei Paesi occidentali, ma con l’opposizione dei molti gruppi nati a difesa della maternit√† e della famiglia.

Da qui il termine gender (che √® pi√Ļ elegante e neutro di “sesso”) non solo √® entrato nel nostro linguaggio, ma √® usato addirittura nella denominazione di un filone di ricerca accademica – i Gender Studies – spesso per√≤ nell’inconsapevolezza del suo rivoluzionario significato ideologico-culturale. Eppure, come gli studi scientifici hanno dimostrato e continuano a dimostrare, parlare di identit√† maschile e di identit√† femminile ha senso innanzitutto proprio dal punto di vista biologico. Oltre che infondata, la teoria del gender sottintende una visione politica estremamente pericolosa, facendo credere che la differenza sia sinonimo di discriminazione. Eppure, il principio di uguaglianza non richiede affatto di fingere che tutti siano uguali: solo nella misura in cui l’esistenza della differenza venga effettivamente riconosciuta e considerata, si potr√† realmente dare a tutti, allo stesso modo e in pari grado, piena dignit√† e uguali diritti.

Nulla di nuovo, sia chiaro: √® da tempo che il diritto e la filosofia vanno ribadendo come l’autentico significato del principio di uguaglianza risieda non nel disconoscere le caratteristiche individuali, fingendo un’omogeneit√† che non esiste, ma, al contrario, stia proprio nel dare a tutti le stesse opportunit√†. Il laico Norberto Bobbio affermava che gli uomini non nascono uguali: √® compito dello Stato metterli in condizione di divenirlo. Come ribadiscono, tra gli altri, la Chiesa cattolica e parte del femminismo, la vera uguaglianza si verifica non solo quando soggetti uguali vengono trattati in modo uguale, ma anche quando soggetti diversi vengono trattati in modo uguale. La parit√† tra i sessi non si ottiene certo facendo entrare le donne in una categoria astratta di individuo (categoria che, tra l’altro, non esiste, essendo tarata sul modello maschile), ma si raggiunge partendo dal presupposto che la societ√† √® composta da cittadini e da cittadine.

Una critica radicale dell’ideologia del gender intesa come teoria dell’uguaglianza si √® sviluppata infatti all’interno del femminismo: da una parte, nel femminismo americano si √® cominciato a individuare una diversa etica, maschile e femminile. Ma da altre intellettuali femministe l’esistenza di una differenza femminile viene negata anche quando questa differenza √® proposta in senso positivo, come moralit√† superiore fondata sull’etica della cura, in contrapposizione alla differenza maschile della giustizia e dei diritti, come ha sostenuto la filosofa Carol Gilligan. Questa tesi, infatti, √® stata sottoposta a una critica serrata da un’altra filosofa, Joan Tronto, che considera la predisposizione alla cura solo come una costruzione culturale. Traspare da questa disputa l’ansia di alcune femministe che, nel tentativo di porre fine alla condizione marginale delle donne nella societ√†, preferiscono rinnegare la differenza femminile in cambio di una “neutralit√†” che sembra loro pi√Ļ rassicurante. Dimenticando – come scrive Sylvane Agacinscki – che “ci√≤ che fonda la parit√† √® l’universale dualit√† del genere umano”, cio√® proprio il porre “la differenza sessuale come differenza universale”.

Questa linea critica √® stata approfondita da Eva Feder Kittay (La cura dell’amore, Vita e Pensiero, 2010). L’autrice parte da una delle domande chiave del femminismo: come mai le donne, anche quando hanno ottenuto uguali diritti, non ottengono una uguaglianza di fatto nella societ√†? Perch√© l’uguaglianza si √® dimostrata cos√¨ irraggiungibile per le donne? Kittay risponde dicendo che l’uguaglianza √® possibile solo per le donne che non hanno responsabilit√† di cura, e forse non √® il tipo di uguaglianza che le donne desiderano. Secondo Kittay si pu√≤ delineare una critica dell’ideale di uguaglianza che chiama “critica della dipendenza”. Tale critica della dipendenza √® una critica femminista dell’uguaglianza e sostiene che la concezione della societ√† vista come associazione di eguali maschera o occulta ingiuste dipendenze, legate all’infanzia, alla vecchiaia, alla malattia e alla disabilit√†. √ą necessario quindi cercare di chiarire un’idea di uguaglianza tanto radicale da abbracciare la dipendenza, perch√© nessuna cultura estesa oltre una generazione pu√≤ considerarsi al sicuro dalle esigenze della dipendenza. 

La Kittay afferma quindi che l’uguaglianza sar√† sempre formale, o addirittura vacua, finch√© la prospettiva della differenza non sar√† riconosciuta e incorporata nel tessuto della teoria e della pratica politica, anche se √® ben consapevole della difficolt√† di questo, perch√© l’incontro con la dipendenza √® raramente ben accolto tra coloro che si nutrono di libert√† ideologica, di autosufficienza e di uguaglianza. Con la creazione delle utopie di uguaglianza e di autonomia individuale, abbiamo costruito delle finzioni che ci danneggiano, perch√© fondate su un ideale che presuppone indipendenza, ben lontano dalla realt√†. Le donne sanno ormai, sostiene Kittay, che la neutralit√† di genere non far√† che perpetuare quelle differenze che sono gi√† in gioco. Se, d’altra parte, mettiamo in evidenza la differenza, corriamo il rischio di ridurre le donne a mere vittime.

√ą nota la posizione della Chiesa rispetto a questo tema, ben chiarita dalla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’Uomo e della Donna nella Chiesa e nel mondo dell’allora cardinale Ratzinger. √ą interessante per√≤ ritrovare elementi di questa polemica contro il gender anche in molte femministe laiche, che contribuiscono alla creazione di una opinione pubblica critica nei confronti dell’introduzione di questo termine nei testi pubblici e delle leggi che ne derivano. 
Ci sono inoltre delle contraddizioni interne alla societ√† contemporanea che rendono difficile una vera applicazione della teoria del gender, contro cui si scontrano anche gli organismi internazionali. Come segnala Giulia Galeotti (Gender Genere, Viverein, 2010), infatti, i nodi irrisolti sono almeno tre: in primo luogo oggi si assiste a un incremento di femminilit√† e mascolinit√† nelle donne e negli uomini occidentali, anche nel vestire prevalgono di meno i soggetti indistinti; in secondo luogo la scarsa presenza femminile in Parlamento. La volont√† di dividere il potere fra uomini e donne pu√≤ essere legittima solo se si ammette che il sesso non √® un tratto sociale ma un tratto differenziato universale; infine la questione dell’aborto, in cui le legislazioni stabiliscono che solo la donna decide. Ma, se √® cos√¨, allora le donne esistono!






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